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Scuola a Mirandola

A volte la storia di un edificio segue una precisa direzione che trascende l’uso particolare legato alla funzione per il quale è stato costruito; altre volte rimane incatenato al suo esercizio, fino alla demolizione. Nella scuola emiliana, progettata da Alberto Ferlenga con Alberto Gozzi e NAoMI, è certamente vera questa prima coincidenza tra l’idealità degli intenti della composizione e l’occasione della loro dimostrazione meno prevista.

Il ricordo, nella nostra memoria, confronta le parole scritte da Aldo Rossi che cristallizzano l’intenzione di generalità: «Se la tipologia ha il ruolo che ha la funzione per i funzionalisti (accettabile) essa si presenta anche come ideologia/idea di riferimento degli elementi. Essa non va quindi sottovalutata nella descrizione della teoria. Al contrario essa permette l’uso demistificato degli elementi»1, con l’immagine nitida dell’improvvisata sede della protezione civile all’interno dell’edificio progettato per i bambini, uscito meritatamente indenne all’indomani del terremoto.

Con inaspettata sorte infatti l’edificio scolastico solido e composto con i caratteri necessari a un uso pubblico, che pensiamo dovrebbe avere ogni edifico collettivo, è salito alle cronache quotidiane per l’adeguata capacità ad accogliere al suo interno la sede provvisoria della protezione civile, impegnata a fornire i primi soccorsi alla cittadinanza del territorio emiliano, colpita dal sisma nel 2012, anno successivo alla sua costruzione. Questo perché la scuola di Mirandola è uno spazio della città all’interno della città, ancora prima che un edificio pubblico, è –superato il tema dell’efficiente uso proprio– l’idea di uno spazio collettivo costruito per parti a definire un luogo centrale, una corte interna, una piazza urbana seguendo idealmente una differente lettura sociale alla scala più ampia. Il tema dell’analogia spiega le scelte compositive: dalla frammentazione articolata delle singole unità e la ricomposizione funzionale in un unico luogo, al vuoto costruito, alla giustapposizione di brani, frammenti centripeti di un’unica composizione.

Uno spazio aperto alla città, ai genitori, ai bambini; lo sosteneva, già nel 1971, Loris Malaguzzi, teorizzando, con grandi riscontri a lui postumi, la centralità dell’edificio scolastico e il suo radicamento al territorio, come appartenenza alla comunità locale dalla quale derivavano anche le diverse «forme di democrazia». Come un gioco per bambini i cui pezzi finiti si sommano per definire paesaggi geometrici, tanti regoli si allineano ordinatamente a chiarire le forme più generali di una macchina già bloccata nelle sue regole d’uso riconfermando una tipologia antica; forme generali che diventano, nella riduzione degli elementi, schemi compositivi capaci di portare nella loro astrazione significati più profondi e complessi.

L’edificio costruito sovraincide due assi principali che regolano gli spazi interni, la direzione della corte, della piazza verde si allinea all’orientamento nord-sud, così come il sistema delle strade, della geometria urbana, che al confine della città, a est di Mirandola, conferma i tracciati preesistenti nel territorio, segni non sempre evidenti che sottendono nascosti ogni geometria emiliana, orientamenti antichi, distillati di orografia, misure, venti, pendenze altrimenti illeggibili nel territorio.

Un secondo asse, ortogonale al primo, allinea l’ingresso principale, l’atrio a doppia altezza, la mensa a lato e conduce direttamente al cuore dell’edificio che ordina una chiara relazione tra i luoghi collettivi della scuola –sia esterni che interni all’edificio– e gli spazi più privati delle aule per le lezioni e i laboratori.

L’articolazione dei corpi di fabbrica annulla la consistenza degli spazi per la distribuzione che diventano, in negativo, luoghi di relazione tra le parti, illuminati dalle pause ordinate dal ritmo imposto ai corpi di fabbrica. Ma questo aspetto così severo è ancora una volta scomposto da un’eccezione imprevista che costruisce lo strabismo dell’edificio scolastico, una ricercata asimmetria; quasi che la forza leggera del Sarner che soffia da Ponente avesse avuto la capacità di scombinare tanta regola. L’asimmetria degli affacci è il tratto più evidente dell’aspetto esteriore della scuola e del suo rapporto con il paesaggio, grandi portali incorniciano le facciate a est, leggere in intonaco, riparate verso ovest, aperte all’affaccio al giardino e poi alla campagna, murature solide in mattoni a vista segnano tutti i muri rimanenti, che nel loro sviluppo planimetrico indicano a partire dalla pianta le aspirazioni tipologiche nella relazione tra le parti.

La luce all’interno è domestica; è piacevole camminare lungo le scale, attraversare gli atrii, seguire i corridoi, tanto per noi, quanto per i bambini.